Ucraina tra Russia e Occidente

 

Prefazione

Perché occuparsi ora, dopo la storia dell’Italia e del Medio Oriente, dell’Ucraina? Perché rischiare di infrangere quelle barriere specialistiche con cui anche la storia, che aspira ad essere in tutto e per tutto una scienza moderna, segmenta i propri campi di ricerca?
Una prima ragione è che, affrontando ambiti pur molto diversi, viene alla luce la comune matrice di quanto sta accadendo intorno a noi, le decisioni che un ristretto gruppo di autorevoli personaggi adottò quasi un secolo fa nel non lontanissimo 1919 al termine della Grande Guerra, organizzando quella che avrebbe dovuto essere la pace futura. È la loro visione, il loro modo di concepire il futuro, insomma “lo spirito di Versailles” a proiettare ancora oggi i suoi effetti sull’esistenza di molti popoli, in Europa e nel mondo, a dimostrazione di cosa sia propriamente il potere: la capacità di influire nel bene e nel male, a volte per secoli, sul destino degli uomini.
Una seconda ragione che ha reso il lavoro interessante è che vicende apparentemente così lontane fra loro evidenziano le comuni dinamiche che hanno permesso a quella classe dirigente fortemente internazionalizzata di perpetuare la propria egemonia in Occidente e da lì, almeno per ora, sullo One World da essa edificato: sono strategie, strumenti, metodi di lavoro che corrispondono ad un modo di concepire l’essere umano, la vita, l’organizzazione sociale, le relazioni fra i popoli, basandosi su di un tipo peculiare di pensiero con cui queste classi dirigenti si plasmano e con cui intendono plasmare anche l’umanità dell’avvenire. Almeno fino a quando altri uomini non saranno capaci prima di tutto di cominciare a pensare in un modo nuovo.
Allora, ed è la terza ragione per giustificare questo lavoro, ci si accorge dell’utilità che ha la storia per la vita quando, col semplice collegare fra loro i fatti (intesi in senso ampio: quindi anche idee e proponimenti) attraverso lo scorrere del tempo, ci offre la possibilità di far fronte alla crescente difficoltà di comprendere. Giacché sembra sempre più chiaro che il moltiplicarsi di un’istantanea informazione, questa impressionante accelerata proliferazione di notizie di avvenimenti, ci priva del tempo per riflettere, e dunque semplicemente ed etimologicamente ci “dà forma”, togliendoci dapprima coscienza e poi fiducia nella nostra possibilità di influire in qualche modo sul mondo che ci circonda.
«Rendere più vasto l’incombere della sofferenza col globalizzarla – scriveva Susan Sontag qualche anno fa – può spingere la gente a pensare di dover fare di più. Ma invita allo stesso tempo a pensare che sofferenze e sventure sono troppo estese, troppo inarrestabili, troppo gigantesche per essere modificate da qualsivoglia intervento politico locale. Con un oggetto concepito su una scala tanto grande, la compassione può solo dibattersi – diventando astratta. Mentre tutta la politica, come tutta la storia, sono concrete» (S. Sontag, Looking at War, “The New Yorker”, 9 dicembre 2002).
Ecco allora che il sempre rinnovato sforzo per “fare storia”, distillando conoscenza del mondo e di noi stessi dalla dolorosa concretezza degli eventi, può soccorrerci, riscattandoci dalla sensazione di impotenza che deriva dalle migliaia di fatti di cui ci arriva notizia, dalla rabbia e dalla disperazione che inducono poiché ci pare di non poter fare nulla.
Se la lettura di questa fra le molte storie drammatiche del nostro tempo aiuterà chi legge a “farsi un’idea”, a “formarsi un’opinione” o semplicemente a sentirsi in dovere di farlo, la fatica dell’autore sarà stata ripagata in abbondanza ed il lettore scoprirà forse quello che Graham Green ha fulmineamente intuito: «anche un’opinione è una specie di azione» (G. Greene, The Quiet American, 1955, ed. it., L’americano tranquillo, Mondadori, Milano 1957).
(Gaetano Colonna)

 


Introduzione a Ucraina tra Russia e Occidente, © Edilibri 2014


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